Campione olimpico

Antonio Tartaglia, l’oro di Casalbordino: “Vent’anni dopo mi emoziono ancora e piango”

Il 15 febbraio del 1998 a Nagano conquistava la medaglia d’oro con il bob alle olimpiadi invernali. Dopo le esperienze da preparatore e direttore tecnico in questi giorni è a Pyeongchang come massofisioterapista della nazionale italiana di slittino.

Da Nagano a Casalbordino passando per Vasto fino ad arrivare a Pyeongchang. In vent’anni, per fortuna, la tecnologia ha fatto passi da gigante, basta un social network per annullare ogni distanza chilometrica nonostante le otto ore di fuso che hanno costretto il protagonista dell’intervista a una lunga chiacchierata in piena notte. Prima uno scambio di messaggini per organizzare la chiacchierata, poi la chiamata per raccontare cosa è stato e quello che ancora rappresenta lo sport per Antonio Tartaglia. Quello che 7305 giorni fa svegliò Casalbordino con una cascata d’oro grazie alla medaglia più prestigiosa e luccicante conquistata nei giorni invernali nipponici nel bob biposto insieme al suo compagno Günther Huber lasciando incollati, in una domenica di metà febbraio, tutti i casalesi(e non solo) ai televisori per quei famosi e ormai storici 54 secondi e 27 centesimi(il tempo complessivo delle quattro manche fu di 3 minuti, 37 secondi e 24 centesimi). Dal silenzio assordante fino all’esplosione di gioia di un intero paese per un suo figlio diventato campione olimpionico. A Casalbordino manca da un po’, quando può torna per salutare amici e parenti ma dal 2003 si è trasferito a Treviso dove vive con la mamma Antonietta e sua figlia Francesca.

Un 2018 da cifra tonda, oggi festeggia il ventennale dalla conquista di quella storica medaglia d’oro ma un mese fa, il 13 gennaio, ha compiuto cinquant’anni, ventotto dei quali vissuti tra bob e ora, seppur con ruoli diversi, slittino. Un record personale di cui vantarsi, l’aver partecipato a ben otto olimpiadi invernali, quattro da atleta(Albertville 1992, Lillehammer 1994, Nagano 1998, Salt Lake City 2002), a Torino nel 2006 da preparatore, come direttore tecnico della nazionale di bob in quelle di Vancouver(2010) e Sochi(2014) fino a quelle in corso Pyeongchang in veste di massofisioterapista della nazionale di slittino, rientrerà in Italia tra sabato e domenica, per continuare la sua vita “sempre in velocità”.

Antonio Tartaglia, proviamo a riavvolgere il nastro di vent’anni, 15 febbraio 1998, cosa ricorda di quel giorno? “Tutto, è passato tanto tempo ma quei ricordi sono ancora limpidi nella mia mente e ancora oggi mi emoziono e piango, in quegli attimi ti passa una vita davanti, la famiglia, il cammino che si è fatto per arrivare fin lì, momenti che ti segnano e che mai e poi mai nessuno potrà cancellare”.

Una vittoria non arrivata per caso, nei giorni precedenti le sensazioni erano già positive o salire sul gradino più alto del podio sorprese anche voi? “Venivamo da ottime gare già nella Coppa del Mondo dell’anno prima, eravamo fiduciosi, sapevamo di poter raggiungere qualcosa di importante ma in quei momenti non pensi al colore del metallo, dovevamo solo dare il massimo”.

‘Stranantonio’: striscione che accompagnava uno dei tanti tricolori appesi in paese

Ha parlato di ricordi limpidi, quella discesa lunga trecentosessanta metri percorsa a una velocità impressionante, fu emozionante? “Un arrivo strano, centrammo lo stesso tempo dei nostri avversari canadesi, fu un oro a pari merito e il suono dell’inno canadese che anticipò quello italiano sul podio durante la premiazione mi lasciò per un attimo perplesso, ero ancora in estasi e pieno di adrenalina ma poi capii di aver portato a casa un risultato fantastico”.

Una medaglia d’oro conquistata insieme al suo compagno di avventura Günther Huber, a distanza di anni com’è il vostro rapporto? “Non ci frequentiamo più da anni ormai, abbiamo fatto scelte diverse, io dopo il ritiro dall’attività agonistica sono fortemente voluto restare in questo ambiente, da allora ci siamo persi di vista”.

Ha fatto impazzire migliaia di casalesi, prima il tifo tra case e bar, poi la festa in piazza al suo ritorno per festeggiare uno storico risultato, altri eventi che non si dimenticano? “Un’accoglienza pazzesca, arrivai in tarda serata direttamente dal Giappone, ricordo la piazza stracolma, striscione in mio onore e i bimbi che cantavano l’inno nazionale, ero diventato il mito di Casalbordino, una grande emozione”.

Dal mare di Casalbordino più di metà della sua vita l’ha trascorsa in montagna, sulla neve, come nacque quella passione trasformata poi in professione per il bob? “Come tutti i bambini da piccolo giocavo a calcio ma dopo la rottura di tibia e perone faticai a tornare in campo, psicologicamente ero frenato, il calcio mi aveva rotto le scatole, volevo cambiare, avevo voglia di provare altro, scelsi il lancio del peso e nel frattempo andai via da Casalbordino e continuai i miei studi(iniziati al “Palizzi” Commerciale e Geometra di Vasto) a Mestre dove da poco si era trasferita mia sorella ma il richiamo dell’Abruzzo fu forte e scelsi l’Isef dell’Aquila per il mio percorso universitario e lì un mio compagno di corso mi fece conoscere un preparatore atletico che aveva lavorato nel bob, ci salii la prima volta nel 1990, una storia lunga quasi trent’anni costellata da tante soddisfazioni e tantissimi sacrifici”.

Tartaglia mostra l’oro

Da quindici anni ormai veste altri panni ma gli esordi da atleta come li ha affrontati? “In salita, per me è stata un’esperienza dura soprattutto agli inizi, non mi ha aiutato nessuno ma sono sempre stato un testone, era uno sport che mi piaceva parecchio, ricordo ancora le quasi quindici ore per raggiungere il ritiro di Vipiteno e le piste di Cortina, i lunghissimi viaggi divisi tra treno e autobus, mi sono costruito da solo, di sacrifici ne ho fatti tanti rispettando sempre il mio corpo nonostante i tanti infortuni”.

Una carriera costruita in Abruzzo, come riempiva le giornate? “Con tante ore di allenamento, in palestra tra Vasto, Pescara e Lanciano dove venivo seguito dall’allenatore Tito Benvenuto, una figura fondamentale nel corso della mia carriera”.

Dopo Salt Lake City l’ultimo infortunio la spinse ad abbandonare l’attività agonistica, è restato nel mondo del bob fino al quattro anni fa, prima come preparatore e poi come direttore tecnico, poi cos’è successo? “L’ambiente mi aveva deluso, avevo idee diverse rispetto ad altri, ero alla ricerca di nuovi stimoli e pur volendo continuare a restare in questo ambiente iniziai a pensare ad altro, qualcosa che mi avrebbe potuto da altri stimoli”.

Trovati successivamente nella massofisioterapia, è entrato a far parte dello staff della nazionale italiana di slittino guidata dal direttore tecnico Armin Zöggeler, ora di cosa si occupa? “Ho avuto l’abilitazione dopo un corso fatto nel 2014 a Perugia, io che sono stato un atleta che ha convissuto con tanti infortuni ora lavoro per aiutare gli atleti di oggi ad avere meno problemi, provo a fargli capire cosa bisogna fare per rispettare il proprio corpo, insegno loro come poter dare il massimo, è una professione che mi eccita e che fa per me, mi dà adrenalina, quella che mi piace ancora sentire”.

Da quindici anni si è trasferito in Veneto, accento a parte come procede la sua vita a Treviso? “Vorrei godermela di più la città ma il lavoro mi costringe in tutti i periodi dell’anno a continui spostamenti, ho la fortuna di avere qui con me sia mia madre che Francesca, mia figlia, ormai ha quattordici anni, sta diventando grande, vorrei trascorrere più tempo insieme a loro”.

Altro pezzo importante della sua famiglia è stato suo papà Domenico, nel ’98 gli dedicasti quella storica vittoria, che ricordo conserva? “Era il minimo che potessi fare, già non stava bene e qualche mese più tardi andò via per sempre, mi è stato di grande aiuto, ricordo che lo chiamavo alla fine di ogni gara e anche quando io ero felice e soddisfatto per aver centrato un terzo posto lui mi diceva, ‘solo terzo sei arrivato?’, mi prendeva in giro ma era un modo per darmi continuamente stimoli”.

In giro per lavoro tocca diverse località italiane, nella sua Casalbordino invece da quanto manca? “Purtroppo da troppo tempo, e questo per me è un grande dispiacere, familiari ne ho pochi perché molti di loro, dalla parte di mia madre, ne ho a Gissi, anche se da giovane ero andato via le origini non vanno mai dimenticate, restano però gli amici di sempre, a Casalbordino quando posso torno soprattutto per loro, ne ho tanti, Tommaso e Paola su tutti, due persone speciali”.

Vent’anni da quella medaglia ma a gennaio ha spento anche le 50 candeline, traguardo importante, si sente gratificato se prova a guardarsi indietro pensando a quanto fatto finora? “Una vita sempre in velocità, non riuscirei a stare senza l’adrenalina, quando è arrivato il momento di dire basta ho smesso senza ripensamenti e angosce, so di aver dato anche di più del mio massimo, ho vissuto lo sport guardando non solo al traguardo ma soprattutto al cammino da percorrere per raggiungerlo nel migliore dei modi, ho sempre ragionato così e ora sto cercando di insegnarlo agli atleti che seguo, sono soddisfatto della mia vita”.

Ventotto anni tra montagna e neve, il mare che ti ha bagnato nei tuoi primi vent’anni è ormai un lontano ricordo? “Niente affatto, mi considero ancora un uomo di mare, fino a diciannove anni con tutta la famiglia ci trasferivamo nella casa che avevamo a Casalbordino Lido, quei momenti non li cancellerà nessuno, con la montagna il primo impatto fu difficile e problematico ma quando dentro sei mosso da qualcosa che ti fa venire la pelle d’oca superi anche quelle difficoltà che possono sembrare insormontabili, non c’è vero amore con la montagna, faccio sacrifici che vengono ripagati dal mio lavoro, il mare resta ancora oggi il mio habitat naturale”.

Archivio fotografico (per gentile concessione di Tommaso Valerio):

Antonio Del Borrello – antoniodelborrello@vasport.it

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