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Calcio

Daleno: “La mia Pro Vasto d’acciaio e senza paura. Cosco? Nessuno come lui. Innocenti? Un fratello”

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Il centrocampista pugliese fu tra i grandi protagonisti della promozione dei biancorossi nel 2004. A distanza di anni dolcissimi i suoi ricordi biancorossi

“Ad Avezzano volevano metterci paura prima di scendere in campo, poi la storia andò diversamente…”. Una sola stagione ma tanti, tantissimi, ricordi. Savino Daleno oggi vive nella sua Barletta con la moglie Tiziana e suo figlio Vincenzo calciatore di belle speranze ma, come vedremo, molto diverso da suo padre.

Carriera iniziata e terminata in Eccellenza (due stagioni), in mezzo qualcosa come 11 anni in C e 9 in D. Uno di questi tinto di bianco e rosso, colori che ancora oggi a distanza di sedici anni rievocano piacevolissimi ricordi nella testa del grintoso mediano pugliese. Uno che i tifosi vastesi ancora oggi ricordano con grande ammirazione, non solo per la i capelli lunghi e la barba folta ma soprattutto per il suo spirito battagliero in campo. Nel cuore del gioco dominava la scena, lottava su tutti i palloni, gladiatore in campo e uomo spogliatoio di fondamentale importanza.

Tra i protagonisti della stagione 2003/2004 quella che vide l’allora Pro Vasto chiudere il campionato al secondo posto (dietro il Manfredonia) ma promossa in C2 dopo aver vinto i playoff con l’ultimo atto nella storica domenica all’Aragona contro il Bojano.

Savino Daleno, giornate lunghissime per tutti, quanto deve essere dura anche per gli sportivi dover cambiare le abitudini quotidiane? “Sono giorni strani e particolari per tutti, non solo per gli sportivi. Tempo per tornare ad allenarsi in gruppo ci sarà, al momento però c’è da sconfiggere questo Coronavirus, restiamo a casa e allontaniamo definitivamente questo maledetto virus che sta creando tantissimi problemi”.

Oggi vivi nella tua Barletta ma nei giorni scorsi con delle foto condivise su Facebook hai riportato a galla dei ricordi lontani sedici anni, cosa ha rappresentato per te la Pro Vasto? “Una sola stagione ma indimenticabile, la vittoria di quel campionato è un ricordo per me indelebile, fu davvero un’annata da incorniciare sotto tutti i punti di vista”.

Le vittorie non arrivano mai per caso, a distanza di tanti anni ricordi quale fu il segreto del vostro successo? “Il migliorarci giorno dopo giorno, partimmo a fari spenti, su di noi c’erano poche aspettative ma già durante il ritiro in Molise costruimmo basi solide per quelle soddisfazioni che arrivarono nei mesi successivi. Eravamo un gruppo forte dentro e fuori dal campo, guai a chi toccava questo o quell’altro giocatore, l’unione vera fu un dettaglio fondamentale”.

Cosa ti spinse in estate a scendere dalla C e dire sì alla Pro Vasto? “La presenza di mister Cosco, con lui mi conoscevo da tempo e ogni anno mi contattava perché mi voleva alle sue dipendenze. Ricordo bene che mi chiamò addirittura ad aprile per dirmi che avrei dovuto accettare la chiamata vastese perché c’erano le basi per divertirsi. Accettai quindi la chiamata in largo anticipo, su di lui la piazza nutriva un certo scetticismo per i mesi della stagione precedente ma i fatti gli diedero ragione”.

L’indimenticato Vincenzo Cosco, lo hai seguito anche la stagione successiva a Val di Sangro, che rapporto era il vostro? “A lui devo tantissimo, mi fece credere ancor di più nei miei mezzi. Oggi lo sentiamo spesso in riferimento a tanti allenatori, io ne ho incrociati parecchi nella mia carriera ma nessuno come lui era bravo nell’entrarti in testa. Sapeva come prendere ogni singolo giocatore con un dialogo continuo e in quel modo riusciva a tirare fuori il massimo da tutti. I tantissimi presenti al suo funerale non erano lì per semplice curiosità, ognuno gli doveva qualcosa, me compreso”.

A distanza di ben sedici anni, spulciando sui social, si percepisce il forte legame rimasto tra te e bomber Innocenti, è anche questo il bello del calcio? “Di piazze nella mia carriera ventennale ne ho cambiate parecchie, conosci tante persone ma quando si chiude il cerchio gli amici veri che ti restano di quel mondo puoi contarli sulle dita di una mano. Riccardo però va oltre, non è un amico ma un fratello. Le nostre compagne in quell’anno a Vasto strinsero un rapporto forte, l’ho invitato anche al matrimonio e con loro siamo andati spesso in vacanza insieme, da Vasto ad oggi non ci siamo mai allontanati, tra social e chiamate il contatto è quasi quotidiano”.

La piazza vastese ricorda Innocenti per i tanti e pesanti gol, vi accomunava in campo anche la grinta, tu che lo hai vissuto tutti i giorni come puoi raccontarlo? “Riccardo era un animale vero, in quel gruppo c’erano tanti elementi con grande personalità ma lui andava oltre. Sempre voglioso di migliorarsi, alla fine degli allenamenti eravamo tutti stremati, lui no, lo trovavi ancora con la voglia di continuare a lavorare e sudare. Uno di quelli che con la D non aveva niente a che fare, ecco perché non mi stupisce affatto vederlo ancora oggi a 45 anni giocare e segnare in D, un fenomeno”.

A metà della stagione vastese su di lui c’erano tante squadre di C e D pronte a strapparlo alla Pro Vasto, qualcuno racconta che i tuoi consigli riuscirono a farlo desistere dalla voglia di cambiare aria? “Confermo, Riccardo in quei giorni di mercato invernale ricevette tantissime chiamate, tanti club anche di C erano pronti a costruire dei ponti d’oro per strapparlo alla Pro Vasto. Non si trovava in una situazione semplice, dovetti lavorare parecchio per convincerlo a restare in biancorosso, gli dissi che per avere lo slancio definitivo per la sua carriera restare fino al termine del campionato a Vasto sarebbe stata la scelta migliore. Ancora tanti gol da realizzare per far felice la piazza, se fosse andato subito in C magari quei quattro mesi avrebbero potuto riservare spiacevoli sorprese. Mi ascoltò e alla fine tutti sanno com’è andata, per la Pro Vasto e il suo splendido cammino personale”.

Una coppia granitica che seppe resistere anche al brevissimo periodo di contestazione di quella stagione? “Parliamo davvero di pochi giorni, ricordo che a gennaio qualche partita non andò per il verso giusto, gli ultras vennero a chiedere spiegazioni, qualcuno pensava che il problema fosse Cosco e volevano andasse via. A quel punto in prima linea andammo proprio io e Riccardo, una chiacchierata costruttiva ma a loro dicemmo che se la Pro Vasto cambiava allenatore andavamo via anche noi e non erano affatto frasi di circostanza”.

Se dovessi raccontare quella stagione con un paio di episodi principali dove corre la tua mente? “Il primo ad Avezzano, un derby sentitissimo, i tifosi marsicani volevano metterci paura mentre noi passeggiavamo in campo prima di iniziare il riscaldamento. Si avvicinarono a noi ma noi rispondemmo, non avevamo paura di niente, ripeto quel gruppo era troppo forte. L’altro è legato a una partita, l’andata della finale playoff a Bojano la ricordo benissimo, partita leale e combattuta, fu una vera battaglia calcistica, una goduria per il mio modo di intendere il calcio”.

1-2 a Bojano e il dolcissimo pari nel match di ritorno, cosa rappresenta per te quel 13 giugno? “Ogni volta che penso a quella domenica ho i brividi, la vittoria nell’andata era stata pesantissima, noi eravamo pronti, poi il pubblico vastese ha fatto il resto. Ci hanno sempre sostenuti ma l’atmosfera di quel giorno all’Aragona fu qualcosa di indescrivibile. La D’Avalos colorata e stracolma non la dimenticherò mai. La festa finale ma soprattutto i festeggiamenti serali in un locale, sarebbe dovuta essere solo per noi tesserati ma un certo punto arrivarono i tifosi a renderci omaggio e ricordo molte lacrime di gioia nei loro occhi”.

Sono passati quasi sedici anni ma ancora oggi il nome di Daleno continua a circolare tra i pensieri dei tifosi vastesi, a parte capelli lunghi e barba come hai conquistato Vasto? “Credo per il mio modo di affrontare ogni partita, trovavo sempre nuove motivazioni per rendere al massimo con il mio spirito battagliero e la voglia di non mollare fino a quando non arrivava il triplice fischio. Un peccato davvero restare solo un anno in una piazza che mi ha davvero voluto bene ma lo dice la mia carriera, poche volte sono rimasto più di un anno con la stessa maglia. Conoscere nuove realtà e lavorare con nuovi compagni era un modo per trovare nuovi stimoli, mi faceva sempre dare quel qualcosa in più”.

In campo però oggi c’è un altro Daleno, tuo figlio Vincenzo nella Berretti del Monopoli potrebbe ripercorrere le tue stesse orme? “Siamo diversi, io centrocampista e lui difensore. Destro io e sinistro lui, non sono il tipo da mettere pressioni, gli manca quello spirito battagliero che avevo io ma spero che possa togliersi belle soddisfazioni”.

Oggi come allora la Vastese è in D, guardandola a tanti chilometri di distanza qual è l’idea che hai di questa piazza? “L’ho vissuta intensamente in quella stagione, ancora oggi la vedo come una piazza che in un campionato come la D ogni anno dovrebbe partire con intenzioni ambiziose. Ci sono tutti i presupposti, a partire dai tifosi che, per quel che ricordo, vivono per quei colori. Alla base però ci deve sempre essere la programmazione altrimenti il rischio di farsi male è elevato”.

Prima o poi ti rivedremo all’Aragona per goderti un match dell’attuale Vastese? “Un pensiero che mi corre spesso in testa, a Tiziana lo ripeto spesso, qualche domenica tornerò a Vasto. Se la stagione dovesse proseguire spero di esserci già in questa stagione altrimenti nella prossima non mancherò. Ho tanta voglia di abbracciare uno stadio e una realtà che tanto mi ha dato”.

Antonio Del Borrello – antoniodelborrello@vasport.it