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Roberto Paolillo, un Maestro di basket e di vita per le nuove generazioni

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Il dietro le quinte della formazione dei campioni del domani

«E’ più quello che danno i bambini a me rispetto a quello che riesco io a dare loro». L’amore di Roberto Paolillo per il basket e per i bambini si capisce già da questa semplice frase, che pronuncia con candore e occhi che brillano. Una vita con e per il basket, quella di Paolillo, al fianco delle nuove generazioni di praticanti della palla a spicchi. Da oltre 10 anni, infatti, cura la crescita di centinaia di bambini mediante la pratica sportiva di uno sport sano come la pallacanestro. Dall’area Vestina alla costa pescarese, ha aiutato tantissimi bambini non solo a diventare cestisti ma anche (e soprattutto) uomini.

«Ho iniziato a giocare a basket a Penne a 4 anni e mezzo, grazie a mia madre», racconta Paolillo, classe 1984, «dove c’era una bella realtà. Conobbi il compianto Fabrizio Di Flavio e mi innamorai di questo sport, nel quale il risultato non è mai scontato e dove Davide può sconfiggere per davvero Golia. Ho fatto tutta la trafila a Penne, giocando anche in prima squadra in C1, ma a 17 anni mi infortunai ad un ginocchio. All’epoca non era uno scherzo, non ci si sottoponeva a operazioni ma a lunghe degenze con il gesso ma andavo comunque in palestra con le stampelle. E un po’ per caso ho iniziato a dare una mano agli allenatori dei gruppi giovanili». Una promettente carriera da giocatore lascia spazio ad una grande carriera da formatore-istruttore: «A 17 anni e mezzo ho iniziato a seguire i corsi da tecnico per poter poi fare, da maggiorenne, l’esame e nel giro di 5 mesi ho preso la tessera di istruttore di minibasket e di allenatore».

All’inizio tanto settore giovanile, un po’ di minibasket e il ruolo di assistente di due prime squadre, una B femminile e la C maschile a Penne: la carriera di Paolillo è iniziata così. «Dopo 9 anni a Penne venni chiamato dall’Amatori Pescara. A 20 ero già responsabile provinciale minibasket ed iniziavo a farmi conoscere nell’ambiente, l’arrivo in biancorosso fu naturale. Ho iniziato come assistente della prima squadra, quell’anno promossa dalla C1 alla B con coach Vidac, per poi essere inserito nei quadri tecnici del settore minibasket fino a diventarne il responsabile», ricorda con emozione ancora viva oggi. Per Paolillo il minibasket è un gioiello da curare. Te ne accorgi in ogni attività che propone, cura e realizza non solo per la sua società ma anche a livello federale: per 12 anni, ovvero 3 mandati, è stato responsabile provinciale e dal 2014 è formatore, con esperienze come head coach al Trofeo delle Regioni guidando talenti come Simone Pepe e Simone Fontecchio.

E’ però il minibasket il suo grande amore e gli eccellenti risultati realizzati ne sono la più fulgida testimonianza: «I bambini ti danno la sensazione di essere sempre il numero uno, anche se non lo sei. Ti fanno sentire il top del top, il migliore di sempre. Per loro sei sempre più bravo dei migliori giocatori e ti danno un affetto incredibile. Io, dal canto mio, cerco semplicemente di trasmettere ciò che i miei grandi maestri mi hanno insegnato, non solo a livello tecnico ma soprattutto a livello umano e cioè di non escludere mai nessuno e far sentire tutti i bambini partecipi di ogni attività. Oggi fare sport in generale è difficile per i bambini, bombardati da mille stimoli e mille possibili attività, e fare basket, ritenuto in Italia uno sport secondario, è ancora più difficile e quando un bimbo si riesce ad innamorarsi della pallacanestro è un grande successo. Tutto sta nel provare, perchè dopo che hai avuto una palla in mano non la lasci più. Mi è capitato mille volte di vedere genitori scettici ricredersi e bambini innamorarsi davvero della pallacanestro dopo i primi allenamenti. E quando scocca la scintilla, poi non si spegne più. Praticare il basket consente ai bambini di apprendere regole, socializzare ed imparare a stare con gli altri in un sano spirito sportivo. Ogni singolo bambino è un tesoro, non vengono a giocare per essere giudicati ma per stare insieme a divertirsi mediante lo sport. Noi non alleniamo la tecnica, ma utilizziamo la tecnica per allenare altre cose: il fondamentale tecnico, insomma, diventa lo strumento per allenare le capacità motorie, divertendosi e divertendoci. Non è importante, poi, se un bambino faccia o meno canestro, è importante che si assuma la responsabilità di tirare. La crescita dell’individuo passa attraverso step di questo genere». Per avere conferma, basta chiedere ai tanti bambini – alcuni dei quali oggi campioni – che hanno condiviso con Paolillo almeno un tratto del proprio percorso di vita e di sport.

Ma non c’è solo il basket nella sua vita. Paolillo si occupa anche di forma fisica come personal trainer. Laureato in Scienze Motorie, si dedica come seconda passione alla cura del corpo anche delle persone adulte con allenamenti di funzionale, elettrostimolazione, posturale e di tutte le cosiddette attività del benessere, e cerca di coniugare le sue due passioni, diventate con il tempo lavoro, con hobbies vari. Ducatista e fotografo per diletto, studia storia contemporanea. Ma la palla a spicchi ha sempre la priorità.

Roberto Paolillo ed alcuni dei suoi campioncini del minibasket