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VASTESE, UN CAMPIONATO COMPROMESSO…DALLE PREMESSE!

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Una stagione agrodolce, dal retrogusto acido. La Vastese ha salutato il suo pubblico con una evitabile sconfitta contro un Agnone che le ha volute tentare tutte per centrare l’obiettivo play off. . Obiettivo che anche a Vasto qualcuno si ostentava a sbandierare fino all’ultimo match, ma che in realtà non interessava più ad una società giunta stanca e logora alla meta. Stancata da quattro mesi noiosi, logorata dagli onerosi impegni da portare a termine. L’unica certezza che abbiamo al tirar delle somme è la stessa che ha caratterizzato l’intera stagione: un campionato davvero strano! Strano, quindi, indecifrabile almeno fino a quando la Fermana non ha preso il largo e chiuso i giochi come se si trattasse di una corazzata dal portentoso cammino largamente annunciato. No, non era così. Lo pensavamo invece del Matelica, squadra forte di una società ricca di Ferrari e Lamborghini dinanzi ai cancelli del suo stadio. Ricca di calciatori dagli ingaggi proibitivi. I soli Pera, Degano, Esposito, Evacuo, Borgese e Cacioli sono costati quasi quanto l’intero budget biancorosso! Ma si sa, il calcio ci racconta la vita di ogni giorno e senza chi porta la legna non c’è camino capace di offrire fuoco. Resta, semmai, un camino dagli orpelli dorati, proprio come la compagine marchigiana, ancora una volta all’asciutto nonostante faraonici investimenti da qualche anno a questa parte. La Vastese è partita con un organico in grado di centrare il fittizio obiettivo play off senza grossi sforzi. Un calendario favorevole e gli inaspettati exploit compiuti a Matelica e Fermo hanno subito trovato un entusiasmo che dilagava già dalla vittoriosa annata precedente. Squadra sempre nei primi tre posti fino al giro di boa, pur senza convincere, senza strafare, con evidenti problemi nell’impostazione della manovra. Il rammarico è quello di non aver esonerato Gianluca Colavitto dopo l’ossimoro undici presentato nell’ultima di andata ad Agnone, con l’improbabile rinforzo Romano con la maglia numero 9 sulle spalle, ma per favore non rispolveriamo il concetto di falso nueve, che è roba seria! Quella domenica qualcosa si ruppe tra squadra e tecnico, la società non colse il momento pensando che il Natale fosse una terapia in grado di rimettere in sesto i cocci rotti. Ma invece di lavorare sodo e riguadagnare una condizione atletica adeguata attraverso un richiamo di preparazione, complice la sosta di quasi un mese a causa anche del ritiro del Chieti, non accadde assolutamente nulla. All’apparenza. Sì, perché le porte che non si chiudono restano aperte, le parole che non si dicono diventano rospi in gola, le responsabilità che non ci assume si pagano. Seguono solo altri deludenti pareggi e sconfitte. Ed arriva anche l’esonero di Colavitto, apparentemente inevitabile, ma se la società sapeva che era meglio soprassedere con i play off, a cosa doveva servire il tardivissimo cambio? L’arrivo di Massimiliano Favo non poteva sortire effetti miracolosi su una squadra atleticamente “ad olio”, mentalmente ad olio di palma…

Insieme ai risultati, qualche problema comincia a nascere sul fronte stipendi. Cose di poco conto, dicono. Non sono baci e abbracci, comunque, aggiungerei. Mesi di noia e sconfitte in rapida successione, con l’Aragona scopertasi addirittura terra di conquista. Dopo il Campobasso all’andata, Matelica, Fermana, Romagna, Alfonsine e Agnone guadagnano i 3 punti con il minimo sindacale. Non ci fossero state squadre clinicamente morte come Civitanovese e Castelfidardo, e senza il jolly pescato da Di Pietro a Jesi, la Vastese avrebbe concluso il campionato al quintultimo posto… Non ci fossero state squadre ballerine o ancora impreparate, non ci saremmo nemmeno mai illusi, ma non oso pensare come sarebbe finita. Già, perché la Vastese nelle prime 9 giornate ha realizzato la bellezza di 24 reti, quasi 3 a partita. Nelle successive 25 è andata a segno solo 19 volte, di cui 5 nell’ultima trasferta di Civitanova contro una squadra che nel girone di ritorno, a memoria, non ricordo abbia fatto più di qualche punto di numero. Se questo non è stato un campionato strano…

Tutti abbiamo esagerato. Pensavamo di avere una squadra forte, molti pensavano che Gianluca Colavitto fosse all’altezza di questo campionato. Ad un certo punto abbiamo pure pensato che si potesse tentare il colpo gobbo. Tra tante convinzioni gonfiate, una squadra che non era fortissima, ma nemmeno di poco conto come i risultati del ritorno hanno evidenziato. Una squadra condizionata da una preparazione inadeguata e non certo per determinazione del preparatore che Colavitto manco ha voluto puntualmente al suo fianco, povero Barrea. Ferita nell’orgoglio da un allenatore che ha scaricato i giocatori prima dietro le quinte, poi faccia a faccia nel dopo partita di Recanati. Ma se il carattere e l’orgoglio non vengono fuori in un contesto del genere, in quali momenti si dimostra di avere le palle? Sì, sotto il profilo caratteriale i ragazzi hanno deluso. Non erano dei campioni, non sono dei brocchi, con un allenatore in grado di fare due schemi che siano due di numero, chissà chissà, però…

Il però è a monte. Una società non può affidarsi ad un direttore sportivo ed un allenatore che non si parlano. Che non si vogliono. Sennò succede che il direttore fa la squadra per mettere in difficoltà l’allenatore e l’allenatore si lava le mani dicendo: “Io sono un dipendente e alleno i ragazzi che mi mettono a disposizione”. Succede che la gente si illude e ci rimane male. Resta lo zoccolo duro, la Curva D’Avalos. Potesse essere mutuata, in serie B l’avrebbero già fatto. 90 minuti di cori per 34 partite. All’Aragona, in ogni stadio del girone. Guardati come matti, visti come esempio. Vorrei sperare si ripartisse dalla certezza di aver compreso gli errori compiuti e da questa Curva. Con la C maiuscola. Con la C in unico grande sogno!

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